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IL TAOISMO, IL BUDDISMO, L’ECOLOGIA E IL “MUTAMENTO”

IL TAOISMO, IL BUDDISMO, L’ECOLOGIA E IL “MUTAMENTO”

di Pier Prospero

Il Buddismo e il Taoismo poggiano entrambi su una osservazione molto più antica, cioè che nella natura, in senso lato, vi è un continuo cambiamento e che questo cambiamento segue dei cicli.

È la stessa osservazione che fa la moderna ecologia scientifica osservando gli ecosistemi. Sapendo che alla fine la Biosfera è un unico super-ecosistema, un ecosistema di ecosistemi, si arriva alle stesse conclusioni dei nostri predecessori tardo-neolitici.

Nella società arcaica indiana questa conoscenza era stata raggiunta dalle grandi civiltà agricole precedenti all’arrivo degli indoeuropei sviluppando l’osservazione della natura come “atto religioso” teso a capire i messaggi della Grande Madre Terra, la grande Dea del neolitico.
Sembra che in Cina la stessa cosa sia avvenuta in tempi un po’ successivi ma sappiamo che prima del mille a.c. era già presente una Scuola Naturalistica che aveva sistematizzato le conoscenze fino ad allora acquisite sui fenomeni naturali e aveva messo in rilievo il mutamento.

Anche la Cina fu più volte contaminata dalla rozza maniera di vivere dei selvaggi indoeuropei, le prime volte fu per respingerli dai confini, ma almeno una volta anche essendo invasa dalle loro orde.

La legge di sopravvivenza negli ecosistemi è la cooperazione sia tra individui della stessa specie, sia tra specie diverse. Solo con la cooperazione ogni specie mantiene il suo ruolo e sono superate crisi e incidenti.
Se si immette la competizione si ha un momentaneo vantaggio per la specie che risulta più forte, o per gli individui più forti, a discapito però di tutti gli altri. Questo porta uno squilibrio sia tra individui che tra specie e l’esito fatalmente ineluttabile è la fine della specie dominante e dei suoi individui più forti, che non avranno più risorse essendosi interrotti i cicli, e la morte dell’ecosistema. In pratica la competizione si rivela una situazione suicida di parassitaggio (si sa che uccidere l’ “ospite” porta alla morte anche del parassita).
La collaborazione invece è in sintonia col seguire il mutamento poiché rafforza tutti e permette quindi di adattarsi meglio a eventuali nuove condizioni, e a volte di trarne vantaggio invece che limitazione.

Le invasioni indoeuropee erano molto distruttive e decimavano le popolazioni residenti. Imponevano proprio la legge del più forte e la competizione al posto della cooperazione. Questo cambiamento di paradigma modifica anche le successive riflessioni filosofiche.

Dopo la conquista della civiltà dell’Indo, per l’incapacità dei predoni conquistatori di gestire e rinnovare le risorse, si è verificato l’inesorabile esito di fine della civiltà e abbandono delle città.
Ci vogliono molti secoli perché l’idea dell’eterno mutamento riaffiori con forza nell’India indoeuropea.
Contemporaneamente in Cina questa idea del mutamento,continuamente coltivata ma “sommersa” nella divinazione con l’Yi Jing, trova uno sbocco filosofico potente con Lao Zi.

In India Siddhartha Gautama, detto il Buddha, figlio del raja Suddhodana capo di uno dei numerosi staterelli in cui era divisa l’India del nord, invece di rimanere a corte vivendo negli agi e nel lusso in attesa di ereditare il trono, dopo aver avuto un figlio che sarà il necessario erede del potere, si ritira in eremitaggio, ci viene detto in seguito al terribile shock subito vedendo come viveva la gente comune, i non arii.
Segue dei maestri che potremmo ascrivere a contemporanee correnti filosofico-religiose simili al Giainismo e che propongono privazioni estreme. La vita durissima e i continui digiuni risvegliano in lui il desiderio di superare il dolore umano che vede attorno a sé, dolore che noi sappiamo era provocato dalla violenza e dallo sfruttamento praticati dagli invasori indoeuropei, di cui lui era un rappresentante, sulla popolazione assoggettata. Si potrebbe quasi vedere come un “senso di colpa” per aver compreso la situazione reale.

E qui forse è l’origine della divaricazione tra le due interpretazioni della ritrovata consapevolezza che tutto muta inesorabilmente.

Il pensiero buddista chiama questa qualità della natura “impermanenza”, è pessimista e pare dirci “peccato che niente permanga”.
Individua l’origine del dolore nella contraddizione tra la tendenza umana ad attaccarsi affettivamente a persone e cose e la loro intrinseca non permanenza nel tempo. La “seconda verità” dice in sostanza che la combinazione dell’impermanenza dell’esistente con l’attaccamento è la causa del dolore.
Risolve quindi il problema del dolore con il non attaccamento, un atteggiamento distaccato e freddo, proprio della parte neocorticale del nostro cervello, compensato dalla “compassione” cioè dall’immedesimarsi nella situazione dell’altro dovuto ai neuroni a specchio.

Nei secoli i conquistatori indoeuropei diventano meno selvaggi e tendono ad assorbire gli elementi culturali più forti delle civiltà agricole conquistate. In India l’aspetto della reincarnazione diventa preminente quindi anche il buddismo ne è impregnato.
Per gli induisti la reincarnazione, da opportunità positiva che era nella religione della Dea, diventa uno spauracchio con cui tenere assoggettate le popolazioni, similmente al peccato e all’inferno da noi: se ti comporti male finisci a reincarnarti in una situazione peggiore o in un animale meno evoluto (con ciò mettendo in evidenza di aver acquisio un concetto di “evoluzione” non distante dal nostro).
Il buddismo postula che ci si possa liberare da questa costrizione, che si possa interrompere il ciclo di rinascite e raggiungere una “pace” eterna.

In sostanza il mutamento incessante e ciclico della natura viene visto dal buddhismo come la causa del dolore, un problema da risolvere “togliendosi” dalla giostra e conducendo una vita etica e semi-ascetica che, portando all’ “illuminazione”, impedirà di dover risalire nella giostra per una volta ancora.

L’indoeuropeo, anche se nella casta dominante, vive in genere una vita estremamente faticosa, in una continua lotta per la sopravvivenza, dove tutti sono nemici di tutti e non solo non cooperano ma si continuano a tradire, derubare e uccidere tra di loro; l’unica vita che ha valore è quella del capo; donne e bambini sono, come gli schiavi, zavorre di cui ci si può liberare all’occorrenza semplicemente uccidendoli o vendendoli (questi popoli selvaggi e patriarcali solo dopo secoli di scorrerie in cui non lasciavano vivo nessuno, umani animali e piante, compresero che era più vantaggioso non distruggere tutto e non uccidere tutti gli agricoltori in modo da trovare ancora raccolti da depredare alle successive scorrerie).
Quindi ha una visione limitata e brutale della vita, dominata dal cervello rettile, cioè dalla parte più arcaica che non prevede l’accudimento della prole, quindi l’affetto e la preservazione per il futuro, e in questo ambiente culturale teso solo all’accumulo di beni e di potere la non permanenza della vita e dei beni non poteva che essere presa come la cosa peggiore possibile.
È come se il pensiero dell’indoeuropeo fosse: sono diventato capo e sono ricco perché ho molti animali e molti schiavi e proprio adesso mi ammalo e posso morire, oppure muoiono i miei animali e i miei schiavi facendomi tornare povero e quindi anche spodestato dal potere sul gruppo. Se spodestato, sarò probabilmente ucciso dal nuovo capo e dai suoi guerrieri, quindi se non accetto questo sbocco delle vicende l’unica via di scampo è andare a vivere nei boschi nutrendomi di quello che trovo, a fare il lupo solitario finché un “incidente” naturale metterà fine anche a quella mia sopravvivenza. La non permanenza della mia forza e dei miei beni è quindi la cosa peggiore che mi possa succedere in assoluto.

L’aver modellato nel remoto passato il comportamento del gruppo umano cacciatore sul comportamento dei lupi – che erano alleati e commensali di quei primi umani che cacciavano – porta a questi esiti se, cogliendo solo il lato maschile, non si è capaci di copiare anche la cooperazione tra membri del branco e la protezione dei cuccioli che sono gli aspetti femminili fondamentali per la sopravvivenza dei lupi.

In Cina gli indoeuropei non riescono mai a rimanere da conquistatori ma danno la spinta che fa cambiare il paradigma, che rovescia la predominanza femminile e la sostituisce con una forma di patriarcato anche nella società agricola dei grandi fiumi nella “terra di mezzo”.
Il cambiamento è però lento e meno drammatico che in India per cui molti dei valori della versione cinese della religione della grande Madre Terra si mantengono al di là degli usi e costumi che in vece cambiano. Considerando che con gli Han fino al 200 d.c. almeno nelle classi più elevate si ha un periodo di emancipazione femminile che in Occidente sarà raggiunto solo nel ’900, si capisce come questi elementi della visione precedente fossero sempre presenti come braci coperte sotto la cenere.

Per questi e per altri motivi la antica scuola di osservazione naturalista sfocia nello stesso secolo del Buddha nella filosofia taoista.
Il sunto che si pone alla base di questo pensiero è l’osservazione che in natura “l’unica cosa che non muta è il mutamento stesso” e la soluzione che si propone è quella di conoscere e capire il mutamento per adeguarvisi schivando i pericoli e sfruttando le opportunità.
Una visione molto pratica e utilitaristica, se si vuole, ma positiva, non pessimista, che rappresenta un condensato del comportamento dei gruppi umani a guida femminile del Neolitico e deriva da individui la cui vita nel complesso era molto più soddisfacente di quella degli indoeuropei.
In questo ambiente culturale invece della reincarnazione predomina l’idea della divinazione per sapersi regolare nella vita, concetto già presente nella società matrifocale e sopravvissuto in Occidente con le sacerdotesse che davano gli oracoli, quindi il taoismo nasce dalla commistione tra la scuola dell’osservazione naturalista e la pratica divinatoria che aveva dato origine all’Yi Jing (I Ching), il libro classico del mutamento.
Il mutamento non è visto in negativo come “mancanza di permanenza” ma è assunto come dato fondamentale della natura senza dargli una valenza positiva o negativa. Allo stesso modo è proposta la necessità e l’importanza di entrambi i principi, lo Yin e lo Yang, pensati come noi attualmente pensiamo ai poli elettrici: non funziona niente se non ci sono entrambi e il loro essere “positivo” e “negativo” non è una attribuzione di valenza morale ma un puro segno matematico (+ e -).
Proprio questo non dare valenze ma mettere tutto in una continua relazione rende il taoismo estremamente moderno e affine alla fisica quantistica come ha dimostrato F. Capra.
Si tratta inoltre di un “atteggiamento filosofico” che si potrebbe paragonare al moderno pensiero ecologista, un atteggiamento che teorizza in positivo anche il “non intervento”, al contrario del pensiero indoeuropeo che è interventista di necessità essendo prodotto da popolazioni che vivono di predazione.
Non intervento significa lasciare che le risorse crescano e si ricostituiscano da sole.
Intervento significa predare tutte le risorse senza curarsi che tornino a essercene per il domani.

Il modo taoista di vedere la vita non è però il più gradito al potere quindi anche in Cina si sviluppò e prevalse una dottrina che perseguiva l’unificazione dei portati culturali della grande società agricola precedente con quelli degli indoeuropei, di potere comando e sopraffazione, mitigati dalla presenza della burocrazia. Questa dottrina fu detta Confucianesimo dal suo esponente più importante, il Maestro K’ung, che riuscì a modificare con il suo dettagliato commentario anche il senso da dare alle “sentenze” dell’Yi Jing, il “Libro Classico del Mutamento”.
Questa dottrina è stata utilizzata anche da tutti i grandi condottieri della Cina moderna e ha portato alla Cina di adesso che è nuovamente un “grande impero”, ma fa vivere i suoi “sudditi” in condizioni di disuguaglianza sociale e di inquinamento ambientale come non era mai accaduto prima.

Il taoismo nei secoli è stato contaminato dal buddismo penetrato in Cina, ed è stato anche ridotto a religione superstiziosa da generazioni di falsi maestri che cercavano solo i vantaggi della vita di corte (i famosi somministratori di elisir di immortalità al mercurio).
A conoscere e seguire il taoismo come filosofia e non come religione popolare sono in pochi nel mondo e si tratta di un approccio filosofico individuale.
Ciò non toglie che secondo me il taoismo rappresenti il migliore “distillato” che ci sia rimasto del sapere e della filosofia di vita della precedente era matrifocale dominata dalla religione della Grande Dea Madre Terra.
Al contrario il Buddhismo, soprattutto la versione religiosa mahayana, rappresenta per me una fuga intellettuale fuori dalla realtà a cui la società indo-europea (divenuta ora la nostra “società occidentale”) costringe gli individui per mantenere la propria dignità umana.

Pe rcontro, lo “stato nello stato” messo in piedi dai monaci Shaolin rappresenta un eccezionale connubio tra idee e prassi taoiste e buddhiste in un sincretismo molto concreto che produceva delle condizioni dignitose ed egualitarie di vita tra i “sudditi” e dei temibili monaci guerrieri che li difendevano.
Ma nonostante l’iniziale confusione in Cina tra buddhismo e taoismo e il sincretismo creatosi in seguito, le loro restano due concezioni opposte del mutamento.

L’osservazione degli ecosistemi micro e macro da parte dell’ecologia scientifica conferma che è proprio così: in natura tutto segue un incessante mutamento ciclico.
Negli ecosistemi nulla è casuale, più grandi sono gli ecosistemi che raggiungono la fase “climax” più tempo durano, ma mai all’infinito. Niente procede da zero a infinito, solo l’illusione della nostra mente.
Conoscenze scientifiche queste che sono disponibili da più di 70 anni e che i media si guardano bene dal divulgare.
Conoscenze che fanno pensare che l’approccio giusto verso la natura e la società umana (che, pur comportandosi attualmente come un “virus patogeno“, ne fa parte) potrebbe essere la riscoperta di alcuni valori fondamentali della filosofia taoista.